Storia della discografia: gli anni d’oro

La nascita e il boom del rock n’ roll, a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta, segna un cambiamento fondamentale nella storia delle etichette discografiche e del consumo di musica: all’improvviso chi compra dischi è un ragazzo.

Sembra curioso ma fino a quel momento il consumo di album era per lo più, nonostante il costo tutto sommato abbordabile, un rito che coinvolgeva l’intero gruppo familiare. I dischi si ascoltavano insieme in salotto e non avevano niente di sovversivo o scandaloso.

L’esplosione del rock (il cui nome completo descriveva i movimenti dell’atto sessuale che servivano anche a ballare quei ritmi, per l’epoca indiavolati) segna il momento in cui “musica” e “giovanile” iniziano davvero ad andare a braccetto. I primi artisti riconosciuti in questo ambito si rivolgevano proprio ai loro coetanei, che usavano un linguaggio esplicito, che erano frustrati da un contesto culturale che per lo più li ignorava, e che cercavano un’appartenenza di gruppo mediata anche e soprattutto da passioni intellettuali e artistiche da condividere, da scambiarsi sottobanco, delle quali essere gelosi. Le case discografiche annusano la possibilità di fare ancora più soldi rivolgendosi a quella fascia d’età.

Parallelamente si incomincia a investire in figure – gli A&R, “artist and representative” – talent scout che percorrono i territori di riferimento alla ricerca di progetti interessanti sui quali investire. Un caso clamoroso di “scoperta” è quello che interessa Elvis Presley, inizialmente messo sotto contratto da una piccolissima etichetta indipendente di Memphis, la Sun Records. La RCA lo “acquisterà”, garantendosi introiti importanti grazie alle vendite del “Re del rock” e contemporaneamente investendoli nella ricerca di musicisti promettenti.

Caso specifico a parte, è un periodo di grande vitalità: negli Stati Uniti la segregazione produce differenti classifiche di vendita e nascono etichette indipendenti per artisti di colore, come la Vee-Jay (che ispirerà poi la Motown). In parallelo, label polacco-statunitensi come la Chess creano le condizioni per un’industria discografica parallela a quella delle major. L’Italia del boom non è da meno, anche grazie all’interesse della Rai per il mondo della musica.

Come fondare un’etichetta discografica

Se più che essere interessati a suonare in una band volete fondare una etichetta musicale per diffondere i lavori degli artisti che vi interessano di più, innanzitutto complimenti: la vostra è un’intenzione nobile in un periodo di instabilità economica che non favorisce iniziative commerciali legate al mondo della cultura. La buona notizia è che nemmeno le ostacola, e creare una label non è complicato.

Prima di tutto, ci vuole un budget iniziale, che servirà a stampare i dischi che si vogliono distribuire. Si può iniziare con un singolo lavoro, che potrà essere un album o una mini raccolta di canzoni, quelle che in gergo si chiamano EP.

Prima di complicarsi la vita immaginando di seguire un album dalle sue fasi embrionali, seguendo anche le registrazioni in studio, il primo esperimento di pubblicazione può essere fatto con un disco già pronto: magari di un amico che non ha ancora avuto fortuna con case discografiche più grandi e già note.

Se i risparmi a disposizione non sono sufficienti a coprire le spese di incisione e duplicazione, ci sono maniere per aumentarne la quantità: dai prestiti chiesti alle banche o ai familiari (ma lo sconsigliamo, per motivi diversi ma facilmente intuibili) al metodico investimento attraverso il gambling o il gioco per soldi, per esempio su un sito dalla reputazione solida come nuovacasino.it: trasparente nei regolamenti e con un catalogo di giochi online vario e adatto ai gusti di chiunque, potrete moltiplicare quanto avete da parte grazie alle offerte di benvenuto del portale, da sfruttare per giocare in maniera accorta con le slot progressive o, se preferite, con i classici come roulette o blackjack.

Una volta risolto il problema del budget, tocca ai preventivi: contattate ditte che stampano CD o musicassette – il formato sta vivendo una rinascita – e chiedete il costo di una piccola tiratura: un centinaio di copie per il disco che volete stampare basteranno. Non dimenticate che il disco ha bisogno di una grafica che attiri l’attenzione: dal budget dovranno uscire anche i soldi per un bravo grafico!

Per sapere come procedere, andate alla seconda parte di questa guida!

Come fondare un’etichetta discografica: la distribuzione

Il disco che avete stampato con tanta passione e spendendo parte del vostro tesoretto non si promuoverà da solo: dovete immaginare che se non volete buttare i soldi investiti al vento, questo dovrà avere degli acquirenti, e quindi essere venduto a un prezzo che vi permetterà di rientrare di quanto avete impiegato finora. Non sparate troppo alto: nessuno vorrà spendere 20 euro per un disco di un artista che non conosce. E proprio “conoscere” è la parola chiave di questo passaggio: farsi notare equivale ad avere più soldi per, eventualmente, stampare altri lavori!

Imparate dall’esperienza di altre etichette storiche, in Italia come all’estero: la To Lose La Track, fra le più importanti label indipendenti del paese, ha iniziato proprio per far uscire i dischi di artisti poco o affatto considerati.

A questo punto sarebbe necessario contattare un distributore – la figura che fa arrivare gli LP che avrete stampato nei negozi -, che sarà il vostro più caro alleato e quindi qualcuno di solido col quale lavorare continuativamente.

Se il budget che avevate a disposizione, però, è già stato tutto speso per la stampa, pensate a vie alternative per far girare il vostro disco: fiere del disco indipendente, festival di musica alternativa, mercati o fiere possono essere dei buoni punti di partenza. Usando canali più “sommersi”, potrete per lo più evitare il pagamento del bollino della SIAE, con relativa tassa, fondamentale per non essere fuorilegge. Se la vostra intenzione è di fare i discografici “da grandi”, questo è un tipo di spesa che non potrete evitare di sostenere, e a fianco dei costi vivi di pubblicazione e distribuzione, sappiate che è la principale voce di uscita per chi pubblica un album.

Tornando ai vostri primi passi per farvi conoscere: cercate in rete appuntamenti – non solo vicini a dove vivete – con parole chiave come autoproduzione, discografia libera, stampa indipendente e loro variazioni. Vi stupirete per la quantità di appuntamenti culturali insoliti. Considerateli come un’occasione per fare “networking”: conoscerete qui persone con i vostri stessi interessi, e magari sarete invogliati a collaborare con loro, costruendo qualcosa di ancora più grande.

Come far conoscere un disco: la promozione

L’altro passaggio chiave per essere notati come discografici è quello della promozione. Anche questa implica dei costi, se non all’inizio almeno in un secondo momento, quando vi sarete ingranditi e avrete valutato che sì, gestire un’etichetta è proprio il mestiere che volete fare. È qui che entra in gioco una struttura logistica che include almeno la figura dell’ufficio stampa e quella del social media manager, che nelle case discografiche più grandi aumentano di numero e si contornano di altre professionalità collaterali che servono proprio a promuovervi.

È comprensibile che almeno all’inizio si voglia risparmiare per finire a svolgere questo tipo di attività da soli. Tuttavia, essendo la promozione fondamentale, è bene non fare errori da principianti, col rischio di perdere la propria reputazione online, cruciale per far acquistare i propri prodotti (discorso che vale per qualunque forma di commercio, del resto). Ecco allora alcuni consigli validi non solo per i discografici in erba:

  • Quali social network scegliere per promuoversi? Non esagerare! Inutile aprire account su qualunque servizio disponibile salvo poi abbandonarli e non aggiornarli più perché manca il tempo o si hanno pochi follower. Questo sarebbe un danno di immagine gravissimo. Meglio fare una ricerca accurata di cosa funzionerebbe meglio per il tipo di messaggio che si vuole mandare. Per esempio: YouTube funziona benissimo per le label, ma avete video per poter popolare un account? No? Allora meglio pensarci più avanti.
  • Leggete e informatevi. Esistono forum online, blog e siti dove è possibile imparare dagli errori fatti da altri, dove ci si scambiano i contatti di riviste specializzate in musica (sia cartacee che solo virtuali), dove compaiono dritte su festival, concorsi aperti a emergenti e tutto quello che serve per fare rete.
  • Curate i vostri follower. Cercate di attenervi a delle regole di condotta semplici relativamente a chi decide di seguirvi sui social: siate cordiali e mai volgari. A qualcuno, il disco che state spingendo non piacerà: accettate la sua opinione senza aggredirlo. Ogni tanto cercate di regalare qualcosa ai fan: adesivi, ingressi ai concerti… Siate creativi!

Discografia online: risorse utili

Naturalmente, fin qui si è discusso dei primi passi necessari per arrivare al mondo della discografia di tipo tradizionale, avendo quindi a disposizione un supporto fisico come un vinile o un CD. Questo è stato affrontato in maniera semplificata, dando per scontati una serie di passi che dovrebbero essere noti almeno a grandi linee a chi naviga su internet, segue i principali media e ha la passione della musica.

Ciò non toglie che, entrati abbondantemente nel XXI secolo, ci siano alternative “virtuali” alla portata anche dei budget più risicati. Le etichette discografiche virtuali, per esempio, sono una realtà ormai consolidata, e molti degli strumenti che queste usano per farsi conoscere e diffondere i propri prodotti sono disponibili anche a chi vuole avere un profilo misto, per esempio per pubblicare dischi fisici ma anche sfruttare internet come trampolino verso un bacino di ascoltatori molto più vasto. Ecco alcuni strumenti e siti utili in questo senso.

  • CDBaby: una volta era solo un negozio di dischi online dedicato alla promozione delle etichette indipendenti: ora si è allargato a distribuire anche i file mp3 o FLAC di produzioni alternative e microetichette.
  • Bandcamp: la più importante piattaforma di vendita online di dischi fisici, file digitali e merchandising provenienti da piccole label. La totalità delle case discografiche italiane non major fa parte di questo circuito. Il sito trattiene una piccola percentuale per ogni canzone o disco venduto.
  • Soundcloud: a metà fra il social network e la vetrina di promozione, permette di far ascoltare le proprie canzoni, in parte o per intero, a un pubblico di appassionati che in cambio dà feedback e/o può diffonderle su siti o alla radio, aumentando la visibilità del progetto.
  • Stageit: un sito gratuito che permette di diffondere un concerto attraverso internet – con un meccanismo simile alla funzionalità Live di Facebook.
  • Rockit: specifico per le realtà italiane, è un sito di informazione e recensioni di sola musica tricolore: non disdegna i dischi di piccole realtà ed è un’ottima risorsa per conoscere appuntamenti utili per allargare la propria cerchia di contatti.

La storia delle etichette discografiche

Sarà bene dare un minimo di indicazioni storiche a chi è convinto che le etichette discografiche indipendenti siano un’invenzione recente, nate magari per offrire un’alternativa etica allo strapotere e al dilagare delle major del disco.

Per molti sarà sorprendente sapere che le etichette discografiche indipendenti come la Amplexus, alla quale questo sito è dedicato, sono per lo più antichissime. Addirittura, per ogni casa esistente ce ne sono centinaia, se non migliaia, che sono sparite senza lasciare traccia.

Questo accade addirittura già alla fine del 1800 quando, grazie all’invenzione del fonografo da parte di Thomas Edison, è lo stesso studioso a intuire le possibilità di diffondere suoni e musica su un supporto fisico. In assenza di una vera normativa sul copyright, a cavallo con il Ventesimo secolo sono allora centinaia gli imprenditori che lanciano una propria label, spesso produttrice di un unico disco o sostenitrice di un solo artista. Lo stesso era già successo con ciò che i primi vinili andarono a soppiantare, vale a dire gli spartiti. Erano infatti moltissimi gli stampatori-editori che ne pubblicavano, e ormai rimangono in pochissimi – rappresentavano l’unica maniera per diffondere la musica, a patto di saperla suonare con uno strumento, ma sono stati resi obsoleti dall’avvento del disco. Una storia che vista dai giorni attuali suona tristemente familiare!

Tornando alla storia, quando negli anni ’10 del secolo scorso la discografia diventa un settore dal quale si può effettivamente trarre profitto, iniziano a emergere i colossi che diventeranno le grandi della musica: la Victor Talking Machine, per esempio, diventerà la la RCA Victor, poi solo RCA, che da anni fa parte della scuderia della Sony Music.

Inutile perdersi nei passaggi societari: per semplificare questo specifico aspetto, basti sapere che le etichette indipendenti sono addirittura arrivate prima dei grandi player di allora come appunto RCA, Columbia, Decca o Capitol (tutte più o meno sopravvissute fino a oggi dopo essere state acquisite dai grandi del disco: EMI, Sony Music, Universal e Warner Music Group) e da queste via via inglobate: per arrivare di nuovo a una esplosione della label indipendente, bisognerà aspettare fino agli anni Sessanta almeno.

Etichette indipendenti o vanity labels?

23Le prime etichette discografiche indipendenti, come accennato, sono in realtà addirittura precedenti alla nascita delle grandi corporation del disco, ma già dopo la fine della Seconda guerra mondiale le cose iniziano a cambiare: con le regole relative al copyright ormai una realtà accettata a livello mondiale (o pressoché!) alcuni protagonisti del mondo della musica – imprenditori, oppure artisti tout court – vogliono far sentire il proprio peso rimanendo contemporaneamente distaccati da quelle che sentono via via come logiche di mercato insostenibili e vogliono continuare a comporre ed esibirsi con maggiore libertà di movimento. Per questo creano etichette proprie.

Va però distinta l’etichetta discografica vera e propria da quella che in inglese si chiama “vanity label”: questa alle volte non pubblica dischi di altri musicisti se non di colui o colei che l’ha fondata e nasce dalla contrattazione con una casa discografica più grande, della quale fa effettivamente parte e alla quale risponde amministrativamente e logisticamente.

La più famosa vanity label di tutti i tempi è sicuramente la Apple dei Beatles, dalla quale è poi disceso il marchio di computer così noto nel mondo. Altre etichette famose di questo tipo sono la Bizarre Records di Frank Zappa, la Maverick Records di Madonna o la Aftermath di Dr. Dre, fra le prime storie di successo commerciale nel mondo del rap e hip-hop. Una vanity label è stata, inizialmente, anche la Paisley Park di Prince, trasformatasi in una effettiva etichetta dopo l’abbandono della Warner Music da parte dell’artista di Minneapolis.

In Italia, una vanity label è stata la Tempi Duri Records di Fabri Fibra, mentre non si può propriamente parlare di vanity label nel caso di due celeberrimi esempi come la Numero Uno (facente capo a Lucio Battisti) o Clan Celentano perché entrambe erano state fondate da artisti in polemica con le case discografiche delle quali facevano parte. Ancora diverso è il caso della CGD, fondata da Teddy Reno o della Sugar: si tratta di etichette indipendenti, ma mentre la seconda lo rimane a tutt’oggi, la prima è stata assorbita dalla Warner Music, con una parabola analoga a quella di tante altre “colleghe”.

L’Italia (musicalmente) indipendente

Le etichette discografiche indipendenti attuali, particolarmente quelle italiane, sono figlie di un altro cambiamento epocale. Si tratta della nascita del movimento punk e dell’estetica do it yourself. Accanto a realtà del mondo della musica già alternative alle major (basti pensare a un’etichetta come la Sugar, nata addirittura prima della Seconda guerra mondiale) nascono strutture più snelle e piccole, veri e propri strumenti per fare politica con la cultura. Sono, del resto, anche gli anni delle radio libere e della diffusione dell’editoria alternativa con le fanzine.

Le label indipendenti si differenziano dalle loro controparti più grandi anche per logica commerciale: spesso nascono per dare voce solo a un genere musicale, e il più delle volte si limitano a mettere sotto contratto il singolo progetto piuttosto che bloccare uno stesso artista per un certo numero di album da consegnare entro un tempo stabilito. Il tipo di guadagno garantito non è lo stesso in virtù del fatto che la piccola etichetta non ha lo stesso potere di penetrazione rispetto a un gigante del settore (esistono ovviamente casi di label che sono riuscite nel colpaccio, aggiudicandosi artisti poi esplosi a livello internazionale: basti pensare ad Adele, ora alla Sony Music, ma emersa grazie alla XL Recordings).

In Italia, famose etichette indipendenti sono la Carosello, la Alabianca, la Irma, la Mescal: la maggior parte delle loro colleghe di lungo corso tuttavia non esiste più, divorate da una crisi scoppiata con la diffusione dell’mp3 e delle tecnologie P2P per lo scambio di file. Incapaci di adattarsi all’esplosione della musica su internet, molte hanno finito col soccombere.

L’attuale panorama italiano è fatto di molte realtà, piccole e frammentate, con solo alcuni soggetti realmente in grado di essere competitivi nel lungo periodo: le major continuano a dominare anche in un settore così sofferente (adesso a fare paura sono gli streaming audio), mentre Foolica, Trovarobato, La Tempesta, 42 Records o Bomba Dischi sono alcuni fra i nomi da ricordare per capire da dove vengono i nomi nuovi della musica della Penisola. Gente come Cosmo, Le Luci della Centrale Elettrica, Calcutta o The Giornalisti vengono da queste piccole scuderie.