Etichette indipendenti o vanity labels?

23Le prime etichette discografiche indipendenti, come accennato, sono in realtà addirittura precedenti alla nascita delle grandi corporation del disco, ma già dopo la fine della Seconda guerra mondiale le cose iniziano a cambiare: con le regole relative al copyright ormai una realtà accettata a livello mondiale (o pressoché!) alcuni protagonisti del mondo della musica – imprenditori, oppure artisti tout court – vogliono far sentire il proprio peso rimanendo contemporaneamente distaccati da quelle che sentono via via come logiche di mercato insostenibili e vogliono continuare a comporre ed esibirsi con maggiore libertà di movimento. Per questo creano etichette proprie.

Va però distinta l’etichetta discografica vera e propria da quella che in inglese si chiama “vanity label”: questa alle volte non pubblica dischi di altri musicisti se non di colui o colei che l’ha fondata e nasce dalla contrattazione con una casa discografica più grande, della quale fa effettivamente parte e alla quale risponde amministrativamente e logisticamente.

La più famosa vanity label di tutti i tempi è sicuramente la Apple dei Beatles, dalla quale è poi disceso il marchio di computer così noto nel mondo. Altre etichette famose di questo tipo sono la Bizarre Records di Frank Zappa, la Maverick Records di Madonna o la Aftermath di Dr. Dre, fra le prime storie di successo commerciale nel mondo del rap e hip-hop. Una vanity label è stata, inizialmente, anche la Paisley Park di Prince, trasformatasi in una effettiva etichetta dopo l’abbandono della Warner Music da parte dell’artista di Minneapolis.

In Italia, una vanity label è stata la Tempi Duri Records di Fabri Fibra, mentre non si può propriamente parlare di vanity label nel caso di due celeberrimi esempi come la Numero Uno (facente capo a Lucio Battisti) o Clan Celentano perché entrambe erano state fondate da artisti in polemica con le case discografiche delle quali facevano parte. Ancora diverso è il caso della CGD, fondata da Teddy Reno o della Sugar: si tratta di etichette indipendenti, ma mentre la seconda lo rimane a tutt’oggi, la prima è stata assorbita dalla Warner Music, con una parabola analoga a quella di tante altre “colleghe”.

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